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Messaggio  federico.meneghello il Mer 11 Lug - 6:40


Nei primi quattro anni passati assieme alle Grazie di Piove di Sacco, don Franco ha mantenuto il suo compito e la sua responsabilità di Parroco-Rettore del Santuario. Quando io sono arrivato nel 2011, non ha assunto nei miei confronti un atteggiamento di superiorità, ma ha sempre mantenuto un rapporto fraterno, coinvolgendomi con tutta libertà in alcune attività pastorali, che adempivo compatibilmente con il servizio di penitenziere del Duomo e del santuario affidatomi dal Vescovo.
Mi sentivo a mio agio, trovando tutto lo spazio per essere me stesso, per manifestare le mie idee anche se diverse dalle sue. Era, ed è, sua convinzione profonda l’UNITA’, vivere l’un per l’altro, fino a dare la vita. Molte volte mi ripeteva: E SIAMO NOI DUE !!!, intendendo dire che facciamo corpo, che siamo uno, specialmente quando lo sostenevo per andare all’altare della Madonna a celebrare la S. Messa, o quando salivamo in auto.
La diversità non faceva differenza fra noi perché ciascuno si adeguava alla misura dell’altro; il limite delle mie capacità non era una umiliazione perché vivevamo alla stessa dimensione, permettendo così a me di essere spontaneo senza pose e apparenze; la sua necessità di portare le lenti a contatto diventava per me occasione di acuire la vista per rintracciare la lente che era schizzata via dalla pupilla.
C’erano però delle differenze! Negli incontri col Comitato spontaneo, con l’ Associazione di promozione sociale, con i giovani, col Circolo NOI, con la Corale, don Franco si sentiva sempre e prima di tutto prete e testimone della fede in Gesù, e non tralasciava di introdurre le riunioni con un pensiero spirituale, citando qualche frase del Vangelo e invitando a viverla. Io invece sarei stato più accattivante iniziando con argomenti di attualità, con problemi di vita, individuando qualche valore assoluto da collegare anche col messaggio di Gesù. Nonostante tutto prevaleva la personalità di d. Franco che adottava un metodo più o meno convincente per indurre ciascuno ad esprimere il suo pensiero. Quando per turno dava a me la parola, esprimevo il mio pensiero sull’argomento aggiungendo che sarebbe opportuno attualizzare e rendere più terra-terra la riflessione.
Ma c’è una differenza che non avrei voluto ci fosse: il suo vivere con Gesù, il suo colloquio frequente davanti l’Eucaristia, il suo tempo dedicato all’Adorazione – meglio ‘alla contemplazione’- gli permetteva una grande libertà nella scelta delle preghiere, preferendo esprimersi tacitamente a cuore a cuore con Dio. La mia preghiera aveva molto da imparare. Meno male che ci prendevamo il tempo di pregare insieme: le Lodi al mattino, la Messa, ma anche le preghiere della sera senza schemi. Una nostra preghiera:“Eterno Padre, fonte dell’amore, di ogni luce e di ogni bene,ti rendiamo grazie per il carisma dell’unità …; ti chiediamo di contribuire perché il mondo sia unito; donaci la grazia di godere la presenza di Gesù in mezzo a noi. E se è nel tuo volere, guarisci quella persona”.
Invidiavo un po’ la sua prolungata dedizione alla lettura, allo studio, all’approfondimento: non potendo camminare o guidare l’auto, dedicava quel tempo alla lettura di articoli dalle riviste o giornali o allo studio di qualche libro di suo interesse. Non di rado gli balenava qualche iniziativa: me ne accennava e poi partivano le telefonate per chiedere consiglio, ma anche per fare unità perché ogni cosa non fosse di uno ma di tutti.
Per telefono poi ascoltava, ascoltava con pazienza: tante volte lo chiamavo e non rispondeva, era con la cornetta all’orecchio. Voleva comunicare, trasmettere: non voleva tenere niente per sé. Ogni volta che ci trovavamo a pranzo insieme ai sacerdoti, per compleanni e altre circostanze, la conclusione era il suo giochetto a indovinelli che favoriva indubbiamente un clima fraterno e di unità.
E che dire delle sue sofferenze e difficoltà? Non vorrei offendere la sua sensibilità nel numerare le vicende tristi e dolorose che lo hanno colpito. Mi limito a testimoniare che non è mai uscito da lui un lamento. Aspettava sempre che gli altri si accorgessero delle sue necessità.
A concludere mancava la rottura del femore: si sta sottoponendo agli esercizi di riabilitazione con una volontà impareggiabile.
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editoriale LAUREA AD HONOREM

Messaggio  don.battista il Dom 15 Lug - 0:50

[quote="federico.meneghello"]



Laurea ad honorem
 Arrivato a Piove di Sacco nel 2011 sono vissuto assieme a D. Franco che era parroco e rettore del Santuario; nonostante la sua responsabilità, ha mantenuto con me un rapporto fraterno, lasciandomi libero di inserirmi in alcune attività pastorali, che adempivo compatibilmente con il servizio di penitenziere del Duomo e del santuario affidatomi dal Vescovo.
 Mi sentivo a mio agio, trovando tutto lo spazio per essere me stesso, per manifestare le mie idee anche se diverse dalle sue. Era, ed è, sua convinzione profonda l’UNITA’, vivere l’un per l’altro, fino a dare la vita. Molte volte mi ripeteva:  E  SIAMO NOI DUE !!!,  intendendo dire che facciamo corpo, che siamo uno, specialmente quando lo sostenevo per andare all’altare della Madonna a celebrare la S. Messa, o quando lo trasportavo in auto.  La diversità non faceva differenza fra noi  perché ciascuno si adeguava alla misura dell’altro; il limite delle mie capacità non era una umiliazione perché vivevamo nella stessa dimensione, permettendo così a me di essere spontaneo senza pose e apparenze. Per la vista d. Franco porta le lenti a contatto che inizialmente non aderivano bene, per cui non di rado cadevano e si smarrivano sul pavimento: era  per me occasione di mettere in atto la mia meticolosità che mi fa cogliere tutto ciò che è fuori posto.
  Sottolineava sempre il positivo in tutti:  mi dava  spesso la sua approvazione, tanto che mi meravigliavo di essere diventato così bravo improvvisamente; ma, intuendo che lo facesse per incoraggiarmi, gli  suggerivo di non esagerare per evitare di illudermi. Ma dava anche tanta fiducia ad ogni persona , senza sospetti di alcun genere. Tutti si sentivano accolti, gli immigrati africani, i giovani senza lavoro, le famiglie musulmane; è andato più di una volta a far visita in carcere  e  a trovare coloro che erano condannati  agli arresti domiciliari.
  L’unità è bella quando ci sono delle differenze, e c’erano ! Negli incontri col Comitato spontaneo, con l’ Associazione di promozione sociale, con i giovani, col Circolo NOI, con la Corale, don Franco si sentiva sempre e prima di tutto prete e testimone della fede in Gesù, e non tralasciava di introdurre le riunioni con un pensiero spirituale, citando qualche frase del Vangelo e invitando a viverla.  Per me  invece era più opportuno  iniziare con argomenti di attualità, con problemi di vita, individuando qualche valore da collegare col messaggio di Gesù. Nonostante tutto prevaleva la personalità di d. Franco che non  si irritava, non alzava la voce; se c’era qualche contrasto nelle riunioni interveniva chiedendo per qualche minuto il silenzio di ripensamento.  Adottava un  metodo più o meno convincente per indurre  ciascuno ad esprimere il suo pensiero;   quando per   turno dava a me la parola, esprimevo la mia convinzione e la mia esperienza  sull’argomento,  criticando poi  la sua spiritualità a 360 gradi  che scavalcava ogni aspetto umano .
 Ma c’è una differenza che non avrei voluto ci fosse: il suo vivere con Gesù, il suo colloquio frequente davanti  l’Eucaristia, il suo tempo dedicato all’Adorazione – meglio ‘alla contemplazione’-  gli  permetteva  di essere libero  nella vita di pietà  sia per i tempi che per i modi, fedele agli appuntamenti preferiva  esprimersi  cuore a cuore con Dio senza servirsi di libri di devozione. La mia preghiera personale aveva molto da imparare. Ma ci prendevamo anche il tempo di pregare insieme:  le Lodi al mattino-non sempre con la meditazione-,  la Messa, e le preghiere della sera senza schemi. Una nostra preghiera era questa: “ Eterno Padre, fonte dell’amore, di ogni luce e di ogni bene, ti  rendiamo grazie per il carisma dell’unità …; ti chiediamo di contribuire perché il mondo sia unito; donaci la grazia di godere la presenza di Gesù in mezzo a noi. E se è nel tuo volere, guarisci quella persona amica ammalata”.
 Invidiavo un po’ la  sua prolungata dedizione alla lettura, allo studio, all’approfondimento: non potendo camminare o guidare l’auto, dedicava quel tempo alla lettura di articoli dalle riviste o  giornali o allo studio di qualche libro di suo interesse. Non di rado gli balenava qualche iniziativa: me ne accennava e poi partivano le telefonate per chiedere consiglio, ma anche per fare unità perché ogni cosa non fosse di uno ma di tutti.
 Per telefono poi ascoltava, ascoltava con pazienza: tante volte lo chiamavo e non rispondeva, era con la cornetta all’orecchio.  In confessionale c’era spesso ed ho testimonianza che molti apprezzavano e ritornavano. Voleva comunicare, trasmettere: non voleva tenere niente per sé. Ogni volta che ci trovavamo a pranzo insieme ai sacerdoti, per compleanni e altre circostanze, la conclusione era il suo giochetto a indovinelli che favoriva indubbiamente un clima fraterno e di unità.
 Spesso i suoi progetti coincidevano con i fatti senza attribuirsene il merito: era ed è convinto dell’intervento della Provvidenza di Dio nella quale confida: quando si verificava,  usava questa espressione : “Giusto …!” per dire ‘Siamo nella volontà di Dio’.
 E che dire delle sue sofferenze  e difficoltà? Non vorrei offendere la sua sensibilità nel numerare le vicende tristi e dolorose che lo hanno colpito. Mi limito a testimoniare che non è mai uscito da lui un lamento. Aspettava sempre che gli altri si accorgessero delle sue necessità. Ha bisogno di tante cure e medicine, ma non era soggetto a  scoraggiamenti di nessun genere. Ha passato un momento di grossa difficoltà per l’incidente di Trento, per cui gli è uscita questa espressione, appena trasportato in ambulanza all’ospedale “Non ce la faccio”; mi ricordava che nello stesso incidente c’era bisogno di intervenire anche all’occhio e l’oculista non conoscendo gli interventi precedenti, durante l’anestesia locale, è uscito con questa espressione “Non ci capisco niente!” mettendo ulteriormente in angustia d. Franco.
  Dopo quattro anni ha lasciato l’incarico; l’Unità Pastorale stava diventando realtà per cui la responsabilità è passata al Coordinatore, con il quale d. Franco ha accettato un rapporto subordinato, vedendo anche in questo la volontà di Dio.
Avvicinandosi il 75.mo anno di età, termine canonico di ogni incarico pastorale, ed essendosi ulteriormente limitate le sue possibilità di reggersi e di essere autonomo, insieme abbiamo valutato quale poteva essere la sistemazione più confacente al suo stato di salute. I legami affettivi di d. Franco con la parrocchia inducevano a farlo rimanere nella abitazione affiancandolo ad una persona qualificata per la quale era necessaria però una stanza attigua alla sua e una convivenza a tre invece che a due. Insieme a lui abbiamo scelto di cercare fuori tra le varie possibilità offerte dalla Diocesi e ci è sembrato subito che le Ancelle del Cenacolo di Montegalda offrissero una ospitalità e una assistenza appropriata alle necessità di d.  Franco. Si trattava di attendere la disponibilità di un posto. In vicinanza del compimento dei 25 anni di permanenza alla Madonna delle Grazie, passati i 75 di età, la Parrocchia ha organizzato per lui  il 10 dicembre 2017 la festa di ringraziamento .
 Dal 17 dicembre egli ora risiede al Cenacolo: dopo due mesi, rotto il femore, ha dovuto essere ricoverato in ospedale per dieci giorni: si sta sottoponendo agli esercizi di riabilitazione con una volontà impareggiabile sostenuto sempre dalla forza di Gesù in croce nel momento in cui ha sentito l’abbandono del Padre.
------------------------------------------------RIVISTO - RIFATTO - CORRETTO     don Battista

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